Consegnato a Luigi Lovaglio il Premio Mangia 2026
Accrescere in maniera significativa la fama e il prestigio di Siena: è questa l’essenza della cerimonia della consegna del Premio Mangia e delle Medaglie di Civica riconoscenza. Questa mattina, sabato 15 agosto, all’interno del Teatro dei Rinnovati a Siena è stato infatti conferito dal Sindaco di Siena, Nicoletta Fabio, e alla presenza alla presenza del Concistoro del Monte del Mangia e delle massime autorità cittadine, il Mangia a Luigi Lovaglio per aver “contribuito ad accrescere la fama di Siena nel mondo”, così come recita lo Statuto per il conferimento del Mangia.
“Il Mangia – ha detto il Sindaco di Siena Nicoletta Fabio – è, prima di tutto, un momento nel quale Siena riconosce se stessa e si ritrova attorno a ciò che la rende unica. Con Luigi Lovaglio la banca è tornata protagonista del sistema bancario, non solo nazionale. Un percorso importante, che prosegue anche nelle difficoltà del momento e per il quale resta fondamentale il sostegno della città e delle istituzioni. Il Mangia non è soltanto una celebrazione di ciò che siamo stati, ma anche un’occasione per guardare a ciò che vogliamo essere nel prossimo futuro”.
La premiazione del Mangia 2026 è stata infine preceduta dall’intervento della giornalista Annalisa Bruchi, che ha illustrato la vita e i meriti di Luigi Lovaglio, la cui candidatura è stata proposta dal Magnifico Rettore dell’Università di Siena.
Il saluto del Sindaco di Siena Nicoletta Fabio
Il Mangia è, prima di tutto, un momento nel quale Siena riconosce se stessa. Un’occasione per ritrovarsi attorno a ciò che la rende unica: la sua storia, le sue tradizioni, i suoi valori e, soprattutto, le persone che nel tempo hanno contribuito a costruirla. Siena sa dividersi, con passione e orgoglio, per la corsa del 2 luglio e del 16 agosto. È nella nostra identità contradaiola vivere la competizione, difendere i propri colori, custodire la propria appartenenza. Ma Siena sa anche unirsi: nella cultura, nella memoria, nella difesa delle tradizioni e nella consapevolezza di appartenere a una storia secolare che abbiamo il dovere di preservare e trasmettere. È con questo spirito che oggi ci ritroviamo, non soltanto per guardare a ciò che siamo stati, ma anche a ciò che vogliamo essere. Il Premio Mangia e le Medaglie di Civica Riconoscenza vanno oltre il merito individuale. Attraverso le persone che celebriamo, Siena riconosce il valore del lavoro, dell’impegno, della creatività, della professionalità e della capacità di rappresentare la città anche oltre i suoi confini. Quest’anno il Premio Mangia viene assegnato a Luigi Lovaglio, mentre le Medaglie di Civica Riconoscenza vanno a Michele Fiorini, Pier Guido Landi e Fabio Pianigiani. A tutti loro rivolgo, a nome dell’amministrazione comunale e dell’intera città, un sincero ringraziamento. I loro percorsi sono diversi, così come gli ambiti nei quali hanno espresso talento e impegno. Ma c’è un elemento che li accomuna: aver saputo lasciare un segno, contribuendo, ciascuno nel proprio campo, alla crescita e alla rappresentazione di Siena. È forse questo il significato più autentico del Premio Mangia: ricordarci che una città vive anche attraverso le persone che scelgono di mettere capacità, passione e responsabilità al servizio di qualcosa che va oltre il singolo. La cultura di Siena non è soltanto quella custodita nei musei, nei palazzi, nelle opere d’arte e nei monumenti. È una cultura viva: nelle Contrade, nelle relazioni tra le persone, nel volontariato, nelle professioni, nella capacità di tramandare gesti, saperi e tradizioni. Oggi, dunque, non celebriamo soltanto quattro persone. Celebriamo un’idea di Siena: una città che non dimentica la propria storia, ma sa guardare al futuro, affrontando anche le difficoltà con la forza delle proprie radici e con la capacità di ritrovarsi nei momenti decisivi. Custodire la propria identità, infatti, non significa chiudersi, ma avere radici abbastanza forti per continuare a confrontarsi con il mondo. È questa la nostra responsabilità: conservare ciò che abbiamo ricevuto e consegnarlo alle generazioni future arricchito dal nostro contributo. Ai premiati di questa edizione va la gratitudine di tutta Siena. Grazie per ciò che avete fatto, per ciò che rappresentate e per il contributo che avete dato alla nostra città. E grazie al Premio Mangia, che ancora una volta ci offre l’occasione di ritrovarci insieme per celebrare ciò che ci accomuna. Perché Siena può anche dividersi per una corsa. Ma quando si tratta di riconoscere la propria storia, la propria cultura e le persone che hanno contribuito a costruirla, sa ancora ritrovarsi come una sola città. E forse è proprio questa, più di ogni altra, la nostra più autentica eccellenza.
Luigi Lovaglio (Premio Mangia)
Presentazione di Annalisa Bruchi
Come si racconta un uomo che ha passato una vita intera a non farsi notare, e che oggi, quasi suo malgrado, si trova al centro di tutti gli occhi ed è il crocevia della finanza italiana ed europea? Non è facile. E prima di provarci, lasciatemi dire una cosa: sono onorata che Luigi Lovaglio abbia chiesto proprio a me di fare la sua laudatio. È difficile parlare del nostro rapporto, nato per caso durante i giorni del Palio, e diventato poi un appuntamento quando torno a Siena. Mentre beviamo i nostri caffè posso fare qualsiasi domanda e tutte le risposte che ricevo sono custodite in cassaforte. Sì, certo, sono una giornalista. Ma prima di tutto io sono una senese e Luigi è l’uomo che ha salvato la banca della mia città. Per cui essere oggi qui è un onore che sento profondamente, e che voglio ripagare provando a raccontare il dottor Lovaglio per quello che è davvero, oltre i titoli dei giornali.
La sua storia non ha nulla della favola costruita a tavolino, del predestinato, del nome che nasce già scritto sulle prestigiose riviste economiche. È, semmai, il contrario: la storia di un silenzio operoso, di un uomo che ha sempre lasciato parlare i numeri, i bilanci, i risultati, mentre lui restava un passo indietro, con i suoi baffi, la sua calma disarmante e quell’ironia sottile che chi lo conosce descrive come la sua vera arma segreta. Tutto comincia lontano da qui, a Potenza, nell’estate del 1955… a proposito: auguri in ritardo. Dicevamo… tutto inizia in una famiglia numerosa e solida, cinque figli, poche comodità e nessuno sconto: si lavorava, e basta. I genitori avevano un chiosco di bibite, e fu proprio lì, tra un bicchiere e l’altro, che Luigi imparò senza saperlo la sua prima lezione di pazienza e di lavoro fatto bene. Sempre al chiosco era stato notato da una maestra, che si meravigliava di vedere un bambino che non andava all’asilo. Eh… non piaceva a quel bimbo. L’insegnante però intuì subito la sua “velocità”: dietro quell’irrequietezza non c’era un problema, ma un dono. Così se lo portò direttamente in prima elementare. A cinque anni appena compiuti. Ci furono però delle proteste: è troppo piccolo, dissero. Via da scuola. Ma la mamma non si arrese. Non potendo anticipargli la scuola, gli restò comunque una strada: seguire in televisione le lezioni del mitico maestro Manzi, “Non è mai troppo tardi”, sostenere l’esame da privatista, ed entrare finalmente nella scuola pubblica. Direttamente in seconda. Le sfide per Luigi erano però appena iniziate. La famiglia si trasferì. Dal Sud al Nord. Bologna. E nella nuova scuola, altro particolare che mi piace dirvi, trova l’insegnante di lettere che lo accompagna in libreria, gli riempie un sacchetto di libri, gliene regala uno ogni volta. Superiori, università, studio ma anche occupazioni, manifestazioni… il grande movimento studentesco che lo coinvolge ma – come disse – “con un po’ di grano salis”. Vi domanderete: da dove iniziò l’esperienza in banca? A diciotto anni il primo impiego, al Credito Italiano. Anno 1973: gli anni dell’austerity e poi di piombo. Vera gavetta, prima di diventare direttore di filiale. Fa carriera, è bravo. Proprio per questo lo mandano all’estero. Da Ovest a Est dell’Europa: la Bulgaria prima, la Polonia poi, dove guida e porta in alto le banche più importanti del Paese e stringe un’amicizia con Donald Tusk, attuale primo ministro polacco. Con lui organizza anche una partita di calcio, spiegando ai suoi: mi raccomando, non fate falli sul presidente, state almeno a due metri di distanza. Finisce dodici a due per i polacchi. Un vincitore, anche nella sconfitta. Perché i veri trionfi sono altri. Banchiere industriale, lo definiscono, perché fare banca per lui non ha mai significato fare speculazione, ma aiutare lo sviluppo. Quando in Polonia hanno provato a farlo abboccare all’esca dei mutui in franchi svizzeri, che sembravano portare soldi facili, lui non ha abboccato. E un istante dopo, quei mutui sono crollati con la crisi dopo una decisione della banca centrale elvetica. E’ proprio la sua gestione fuori Italia che si è rivelata un contributo fondamentale alla nascita di Unicredit: per questo in seguito viene chiamato a risanare il Credito Valtellinese… e quando sembra tirare aria da fine carriera, ecco la chiamata di Mario Draghi, che gli affida il compito di risollevare il Monte dei Paschi di Siena. È qui che la sua storia incrocia la nostra. Noi sappiamo bene quanto abbia sofferto la nostra comunità per il disastro del Monte, per l’umiliazione, per il fallimento che sembrava quasi definitivo. Mia madre era laureata in scienze economiche bancarie, i miei nonni hanno lavorato entrambi al Monte dei Paschi, molti dei miei amici ci hanno lavorato o ci lavorano ancora. Mi piace citare almeno il leggendario Emilio Giannelli, che ci rappresenta un po’ tutti con la sua saggezza e la sua ironia – tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo sofferto per quel disastro. E poi, con Lovaglio, il Monte è tornato protagonista, fino a guidare quella cordata che ha cambiato gli equilibri della finanza pubblica italiana, introducendo un elemento dinamico e meritocratico nei vecchi giochi di potere che si consumavano attorno ai soliti salotti buoni lontani da qua. Qualcuno, accortosi che non era uomo malleabile, ha provato a fermarlo; c’è stata anche una rottura. Ma ha saputo governare pure quella. E se oggi Mps è di nuovo protagonista della vita cittadina, nazionale ed europea, lo dobbiamo proprio a lui. E grazie a questo signore la nostra amata città è finita pure sulla prima pagina dell’edizione internazionale del New York Times. Pensate, abbiamo fatto il giro del mondo, abbiamo aumentato la nostra visibilità con le scelte coraggiose di Lovaglio. Sono sempre stata convinta che essere senesi non significhi soltanto essere nati a Siena. Sono stata fortunata, io, a nascerci e a crescerci, e la considero la più grande fortuna che il Signore mi abbia dato. Ma credo che senesi si possa anche diventare. Mi ha colpito rivedere in rete l’ultimo discorso di Reagan, che diceva: puoi andare in Francia, ma non diventerai mai francese; puoi andare in Giappone, ma non diventerai mai giapponese; puoi venire negli Stati Uniti, e diventare americano. Ecco, nel suo piccolo, Siena funziona allo stesso modo. Puoi venire a Siena e diventare senese. Non è automatico: lo abbiamo visto, purtroppo, proprio al Monte, con persone arrivate da fuori che hanno fatto disastri, senza mai diventare davvero senesi. Di Luigi Lovaglio, invece, si può dire questo: è diventato senese perché ha capito Siena, l’ha sentita. Ha capito che se qui ha sede una delle banche più prestigiose e antiche del mondo, è perché questa città sa custodire l’identità, sa prendersi cura degli altri. È, in fondo, la città delle Contrade, che erano società di mutuo soccorso fatte di amicizia, fraternità, sostegno reciproco. Non siamo una città che esibisce. Siamo gelosi delle nostre tradizioni. Credo che Lovaglio abbia capito tutto questo, e che sia diventato, sul serio, un senese. Ha capito cosa significa abitare in una città dalle tradizioni millenarie, una città inimitabile che costituisce un tassello importante dell’identità italiana ed europea. Il Monte è il cuore di questo tassello. E non è l’unico. Il Monte e il Palio si parlano, comunicano: sono i due motivi principali per cui Siena conta nel mondo. Basta entrare nel Palazzo Comunale per avere sotto gli occhi la metafora di tutto questo: il Buon Governo e il Cattivo Governo di Lorenzetti. Nel Cattivo Governo le mura sono crepate, le case crollano, gli abitanti si fanno guerra tra loro, le campagne bruciano e gli incendi non si riescono a spegnere – come accade in questi giorni in Spagna e in Francia. Dall’altra parte, nel Buon Governo, i maestri fanno lezione, le donne danzano, si prega. Il Monte dei Paschi di Lovaglio appartiene a questa seconda categoria: il Buongoverno. C’è qualcosa, in questa storia, che ci parla direttamente, a noi senesi. Il Monte è nato dai pascoli, da un’idea semplice che affonda le radici in un gesto antico: quello dei pastori che, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, hanno dato un’anima e un nome a questa banca. Forse Luigi Lovaglio va raccontato proprio così: come un pastore. Uno di quelli che non si accontentano del campo che hanno, ma ne cercano sempre uno nuovo, un pascolo più ricco, per far crescere il gregge che gli è stato affidato. Ha fatto da Sud a Nord, poi da Ovest a Est prima di arrivare a Siena quando il Monte sembrava un campo ormai bruciato, compromesso, quasi perduto. E lo ha portato altrove, più in alto, cercando ricchezza non per sé ma per la città che gli ha dato l’occasione della vita. Perché di questo, in fondo, si tratta: di un debito d’onore ripagato con gli interessi. Siena gli ha aperto le porte in un momento difficile, e lui ha risposto salvando l’onore di un’istituzione secolare, la gloria di un nome che rischiava di sparire, migliaia di posti di lavoro che sembravano già persi. Ha riportato Siena al centro della finanza italiana ed europea, ma non per gli scandali che troppe volte, in passato, ne hanno segnato la storia. Per i risultati. Per la visione. Per questo, oggi, Siena vuole dirgli grazie. Grazie per aver creduto in un’istituzione che sembrava condannata al declino. Grazie per averle restituito dignità e futuro, senza mai cercare i riflettori per sé. E grazie per aver dimostrato, ancora una volta, che il vero campione non è chi grida più forte, ma chi resta, lavora, e lascia le cose più forti di come le ha trovate. Questo è il Mangia 2026: un pastore silenzioso, un costruttore discreto, un uomo che ha ridato un campo nuovo e più ricco alla città che lo ha accolto. Luigi Lovaglio. E oggi vogliamo riconoscere in lui un senese ad honorem, un vero membro della nostra comunità. Insomma: uno di noi.

