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Inaugurazioni dei nuovi allestimenti e mostre dossier nei musei statali di Arezzo: Basilica di San Francesco e Museo d’arte medievale e moderna il 12 e il 14 ottobre 2026

Inaugurazioni dei nuovi allestimenti e mostre dossier nei musei statali di Arezzo: Basilica di San Francesco e Museo d’arte medievale e moderna il 12 e il 14 ottobre 2026
  • PubblicatoOttobre 7, 2026

Prosegue nei musei statali di Arezzo il percorso dedicato a San Francesco e alla sua eredità culturale, artistica e spirituale, promosso dalla Direzione regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura nell’ambito delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte del Santo.

Il programma si arricchisce di due appuntamenti strettamente legati tra loro: lunedì 12 ottobre, nella Basilica di San Francesco, sarà presentato per la prima volta al pubblico un nucleo di sette reliquiari legati al Santo e alla tradizione dell’Ordine, mentre mercoledì 14 ottobre, al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna, sarà inaugurata la mostra-dossier “San Francesco: un ospite in museo dalla Pinacoteca Nazionale di Siena”, dedicata a due preziosi dipinti su tavola di Margarito d’Arezzo.

Lunedì 12 ottobre 2026, alle ore 11.00, la Basilica di San Francesco svela per la prima volta al pubblico un eccezionale nucleo di sette reliquiari, fino a oggi custoditi nel convento annesso, che troveranno collocazione permanente nella Cappella di Sant’Antonio e nella Cappella di San Benedetto.

Il nuovo percorso espositivo, ideato in pieno accordo con i Frati Minori Conventuali di Arezzo e realizzato grazie alla sponsorizzazione della Misericordia di Arezzo, nasce per mettere in dialogo diretto le reliquie con la storia e i capolavori della Basilica, a partire dagli affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca.

Oltre al loro profondo valore teologico e devozionale, i manufatti costituiscono una preziosa testimonianza della storia delle arti applicate. Il reliquiario, infatti, ha sempre avuto anche il compito di manifestare all’esterno la preziosità del proprio contenuto: le opere esposte restituiscono così un vero e proprio viaggio nella storia del gusto, dalle forme esuberanti e scenografiche del rococò, pensate per stupire lo sguardo, al rigore dei reliquiari neogotici di fine Ottocento, ispirati al fascino dell’architettura medievale.

Nella Cappella di Sant’Antonio sono esposte due testimonianze di particolare intensità spirituale e storica legate a San Francesco d’Assisi (1182 ca.-1226). La prima è un reliquiario in ottone del 1901, a forma di tempietto gotico, che conserva una ciotola utilizzata dal Santo per i pasti quotidiani, parte del cingolo, cioè la corda che stringeva il saio, e un’ampolla con il suo sangue, segno tangibile delle stimmate ricevute alla Verna nel 1224.

Accanto, una semplice cornice lignea di recente fattura espone le due facciate di una preziosa pagina di pergamena miniata, risalente ai primi decenni del Duecento. Le dimensioni estremamente ridotte rivelano la natura tascabile del manoscritto, pensato per la preghiera in viaggio e tradizionalmente attribuito all’uso personale di San Francesco. Il testo racconta episodi della vita di Papa Silvestro (285-335), secondo la tradizione artefice della conversione e del battesimo dell’Imperatore Costantino (274-337). Un riferimento che stabilisce un diretto collegamento con la Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, dove Costantino e sua madre Elena, protagonista del ritrovamento della Croce a Gerusalemme, assumono un ruolo centrale. Si crea così un suggestivo dialogo tra la memoria di San Francesco, la figura di Cristo a lui così vicina e il grande ciclo pierfrancescano.

Nella Cappella di San Benedetto trovano posto altre cinque testimonianze storiche e agiografiche legate alla tradizione francescana.

La prima è un reliquiario a tempietto in ottone, in stile neogotico e databile alla fine dell’Ottocento, ornato da statuine della Madonna, di San Pietro e di San Paolo, che custodisce una piccola ampolla con frammenti di pelle e capelli di Sant’Antonio di Padova (1195-1231), contemporaneo di Francesco, che nel 1220 lasciò l’ordine agostiniano per farsi frate minore. A Sant’Antonio è dedicata una delle cappelle della Basilica, affrescata da Lorentino d’Andrea (1430 ca.-1506), collaboratore di Piero della Francesca.

Il secondo reliquiario conserva una porzione del cingolo di San Giuseppe di Copertino (1603-1663), la tipica corda francescana di lana bianca con tre nodi. Il frate, noto per i suoi prodigi e per il dono della levitazione, è raffigurato nella grande tela di autore ignoto San Giuseppe di Copertino adora la Croce, conservata nella sacrestia dell’annesso convento e databile alla seconda metà del Settecento. La reliquia è custodita in un elegante ostensorio in ottone sbalzato e argentato, caratterizzato da una ricca raggiera rococò che ne attesta la fattura settecentesca.

La terza reliquia è l’unica corporea: un dito di una mano, identificato dall’incisione Digitus Danielis Prophetae come il dito del Profeta Daniele, conservato in un reliquiario ottocentesco in legno dorato a foglia e riccamente decorato. Secondo la tradizione, la reliquia, risalente al VI secolo a.C., sarebbe stata rinvenuta in Persia dal Beato Benedetto Sinigardi (1190-1282), francescano della prima ora che viaggiò a lungo in Medio Oriente. Originario di Arezzo, Sinigardi prese i voti dopo aver assistito a una predica di San Francesco nella sua città; le sue spoglie riposano nella Basilica, in un sarcofago lungo la parete destra della navata.

Completano il percorso due stauroteche, reliquiari destinati a custodire frammenti della Croce. Sebbene non siano manufatti di derivazione strettamente francescana, il loro contenuto rimanda al cuore della spiritualità del Serafico: la Passione di Cristo e il rapporto con il sacrificio, culminato nelle Stimmate ricevute alla Verna nel 1224, che fecero di Francesco l’Alter Christus.

L’allestimento, realizzato da Stampa in Stampa su progetto degli architetti Rossella Sileno e Raffaele Fuschino della Direzione regionale Musei nazionali Toscana, porta a compimento un’idea nata in embrione nel 2014, quando direttrice della Basilica era la storica dell’arte Paola Refice, recentemente scomparsa. Il progetto prende spunto dall’ipotesi iniziale di Andrea Gori, architetto della Direzione regionale Musei nazionali Toscana, e trova una propria forte identità nella scelta cromatica: un rosso scuro, intenso e vibrante, richiamo al sangue del sacrificio.

Il percorso prosegue mercoledì 14 ottobre, alle ore 17.30, al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo, con la presentazione della mostra-dossier “San Francesco: un ospite in museo dalla Pinacoteca Nazionale di Siena”, aperta dal 15 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027.

L’iniziativa mette a confronto due preziosi dipinti su tavola di Margarito d’Arezzo, considerati tra i più antichi ritratti noti del Santo, seppur postumi. Le opere restituiscono l’immagine di Francesco nella forma più arcaica, ma ancora capace di trasmettere la forza del messaggio del Santo, patrono d’Italia dal 1939 e divenuto nel tempo simbolo universale di pace, fraternità e amore per il creato.

La mostra-dossier si affianca temporalmente e tematicamente al progetto L’Immagine di Francesco. Dal Medioevo al Novecento, in programma ad Arezzo alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea e nella Chiesa di Sant’Ignazio dal 4 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, ed è realizzata in collaborazione con la Pinacoteca Nazionale di Siena e la Fondazione Guido d’Arezzo, grazie al sostegno del Comune di Arezzo e della Fondazione CR Firenze.

Il Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna ha contribuito alla mostra cittadina prestando il San Francesco di Margarito d’Arezzo proveniente dalla chiesa annessa al Convento di Sargiano (Arezzo), scelto come immagine di comunicazione dell’iniziativa. La mostra-dossier offre ora l’occasione di accostare a quest’opera il San Francesco proveniente dalla Chiesa del Convento di Ganghereto a Terranuova Bracciolini (Arezzo), in deposito dalla Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, e quello della Pinacoteca Nazionale di Siena, accomunati da numerosi elementi iconografici e tecnici.

Margarito d’Arezzo è il più antico pittore aretino di cui si conosca il nome e uno dei primi artisti della penisola italiana di cui siano giunte opere firmate. Attivo tra il 1240 e il 1290 circa, fu chiamato “Margaritone” da Giorgio Vasari, che nella biografia dedicatagli nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550 e 1568) ne sottolineò la fama presso i contemporanei. Margarito è soprattutto l’artista più prolifico e riconoscibile nell’aver raffigurato il Santo nel corso del Duecento, pochi anni dopo la sua canonizzazione nel 1228. Sono oggi note sette tavole raffiguranti San Francesco, sei delle quali recano ai piedi della figura la formula “MARGARITUS DE ARETIO ME FECIT” e sono ritenute dalla critica autografe di Margarito, talvolta con l’ausilio della bottega.
Le sette tavole, di dimensioni comprese tra 129,5 e 95 cm, presentano uno schema iconografico analogo: Francesco è raffigurato a figura intera e stante, avvolto nel saio e incappucciato, con una gamba flessa; nella mano sinistra regge il Vangelo, mentre la destra mostra il palmo con le stimmate ricevute alla Verna nel 1224 oppure, in alcuni casi, una croce astile.

Tra questi sette ritratti, la tavola proveniente dalla chiesa annessa al Convento di San Francesco a Ganghereto, nei pressi di Terranuova Bracciolini, è oggi considerata la più antica, databile al quarto-quinto decennio del XIII secolo. Il convento di Ganghereto è uno dei primi fondati dall’Ordine francescano e sarebbe stato costruito nel luogo in cui, secondo la leggenda, Giovanni di Pietro di Bernardone, il futuro Francesco d’Assisi, fece scaturire una sorgente miracolosa mentre percorreva la strada da Arezzo a Firenze.

Il Santo è raffigurato a figura intera e senza aureola: mostra la mano destra segnata dalle stimmate e regge un Vangelo chiuso nella sinistra. Il cordone che gli cinge la vita presenta quattro nodi, anziché i consueti tre della tradizione francescana, elemento che fa ipotizzare una specifica richiesta della committenza. Sul bordo inferiore compare la formula “MARGARITUS DE ARETIO ME FECIT”, considerata la “firma” dell’artista, mentre verticalmente, ai lati del capo, si legge “SANCTUS FRANCISCUS”. La fortuna di questa raffigurazione testimonia la diffusione del culto francescano nell’area aretina. Gli ordini mendicanti ebbero un ruolo decisivo nello sviluppo della cultura artistica cittadina: alla fine del XIII secolo si contavano undici conventi francescani ad Arezzo e nei suoi dintorni.

Databile probabilmente allo stesso periodo, il San Francesco della Pinacoteca Nazionale di Siena condivide con quello di Ganghereto la semplicità della composizione e la sobrietà cromatica, che evocano l’ideale di povertà del Santo fondatore di uno dei primi ordini mendicanti. La Formula vitae, o prima regola, fu approvata da papa Innocenzo III intorno al 1209.
Francesco indossa il saio di tessuto grezzo e porta alla vita il cordone a tre nodi, tradizionalmente riferiti ai voti di povertà, castità e obbedienza, i consigli evangelici richiamati dalla Regola.

La tavola presenta numerosi elementi comuni a quella di Ganghereto, sia sul piano iconografico sia su quello tecnico: analoghe sono le pose delle due figure e il rapporto con lo spazio circostante, così come l’impostazione dei piedi e i gesti delle mani. Quasi identici risultano anche i tratti dei volti, caratterizzati dal medesimo ovale, dalla tonsura e da lineamenti scarni ed essenziali.

La mostra-dossier costituisce inoltre un’appendice del “Margarito Research Project”, progetto internazionale e multidisciplinare avviato nel 2022 e dedicato allo studio della pittura e della tecnica di Margarito d’Arezzo. Il progetto ha coinvolto il Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo, la National Gallery di Londra, la National Gallery of Art di Washington, la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e altri istituti di ricerca La mostra sarà accompagnata da un public program di incontri e approfondimenti tematici, che consentirà di sviluppare ulteriormente i temi della ricerca e di restituire al pubblico il valore storico, artistico e documentario delle opere riunite ad Arezzo.

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Redazione